La Sardegna vulcanica: storia e luoghi di un’epoca di fuoco.

Marco
Marco
Sardinian in love with his land. Passionate about everything related to nature, lover of foreign languages. Hiking guide and language teacher.

La Sardegna è una terra estremamente varia dal punto di vista geologico. Nelle sue viscere, nella sua morfologia e nelle sue rocce è impressa la storia degli eventi che in milioni di anni l’hanno plasmata, eventi che hanno coinvolto e modellato ampie aree dell’attuale spazio mediterraneo, giacchè la Sardegna fino ad alcune decine di milioni di anni fa – tempi brevi, in termini geologici – non si trovava affatto nella sua posizione odierna.

Fino a circa 21 milioni di anni fa infatti, la Sardegna era, insieme alla sua sorella minore Corsica, ancorata alle sponde meridionali dell’Europa e più precisamente all’attuale Francia, dove al giorno d’oggi si trova il Golfo del Leone sul quale si affacciano le città di Marsiglia e Montpellier.

Allora il Mar Mediterraneo che conosciamo oggi non esisteva, la placca Adria – quella alla quale oggi appartiene la penisola italiana – era unita alla placca europea e tra loro, schiacciato come una sardina in scatola, stava quello che viene chiamato blocco sardo-corso.

Nel conformarsi della situazione geografica attuale, hanno avuto luogo gli eventi eruttivi le cui tracce si possono oggi ampiamente osservare in tutta la Sardegna: ben un terzo della superficie dell’isola è infatti costituita da rocce di origine vulcanica e oggi possiamo ammirare gli affascinanti rilievi montuosi nati allora e modellati dal tempo, così come vastissimi altipiani e alcuni monumenti geologici che non hanno eguali e che illustreremo al termine di questa breve premessa storico-geologica.

Nel giro di circa 15 milioni di anni, molte cose sono cambiate: nel corso dell’epoca oligo-miocenica (ca. 31-15 milioni di anni fa) la placca Adria inizia ad allontanarsi da quella europea e il suo movimento è seguito a distanza dal blocco sardo corso, cosicché le due isole, compiendo una rotazione in senso antiorario, si portano nell’epoca del Langhiano (ca. 16 milioni di anni fa) nella loro attuale posizione.

Negli anni successivi – e ancora oggi – l’arretramento della placca Adria non si arresta: il suo movimento da vita allo spazio occupato oggi dal Mar Tirreno e provoca un’attività eruttiva che in Sardegna dura fino ad appena 100.000 anni fa e che nella penisola Italiana continua ad andare avanti, come ci mostrano ad esempio i vulcani tuttora attivi in Sicilia o i fenomeni legati al vulcanismo in Campania e in particolare nei Campi Flegrei.

Nella mappa sottostante, ripresa dal testo “Gli edifici vulcanici cenozoici della Sardegna” si possono osservare chiaramente le aree dell’isola che hanno una origine vulcanica, differenziate per colore sulla base dei cicli eruttivi che le hanno create: il primo oligo-miocenico, caratterizzato da una forte attività esplosiva e il secondo avvenuto in epoca plio-pleistocenica (da 6,1 a 0,1 milioni di anni fa circa) caratterizzato da un’intensa attività effusiva e dunque dalla lenta fuoriuscita del magma dalle bocche vulcaniche che hanno dato vita a massicci quali quello del Monte Arci e a vasti altipiani quali la vastissima piana di Campeda o la più ridotta ma affascinante Giara di Gesturi.

Schema geologico della Sardegna
Schema geologico della Sardegna

Da queste due epoche di grande attività vulcanica sono giunte fino ai giorni nostri numerose testimonianze di grande valore paesaggistico e naturale e di grande interesse per gli amanti dell’esplorazione e delle attività outdoor.

Le attrazioni più significative si trovano senza dubbio tra le regioni storiche della Marmilla e il Campidano di Oristano e di Sanluri. Qua sono presenti il Monte Arcuentu, oltre alla già citata Giara di Gesturi e il Monte Arci, che custodisce tra i suoi affascinanti e fitti boschi di querce numerosi monumenti geologici, alcuni dei quali unici nel loro genere.

La Giara di Gesturi altro non è che un plateau basaltico con un’area di circa 4400 ettari. Il suo profilo inconfondibile, che fa pensare a una montagna tagliata orizzontalmente con estrema precisione, è riconoscibile fin da lunghe distanze.

Al di sopra della giara si può godere di un ambiente davvero unico: l’altopiano è caratterizzato da numerosi “pauli” – palude, in lingua sarda – che nei periodi piovosi si riempiono d’acqua provocando un’esplosione di vita: sbocciano fiori e orchidee, alcune delle quali molto rare, libellule colorate volano tra gli specchi d’acqua e la macchia mediterranea, ma i veri protagonisti di quest’ambiente sono i cavallini selvatici – a detta di molti, gli unici cavalli selvatici rimasti in Europa – endemici di questo altopiano, che hanno la caratteristica di essere molto più piccoli rispetto ai cavalli che siamo comunemente abituati a osservare, oltre a non essere affatto timidi e ad apprezzare l’essere fotografati da chi passeggia loro vicino!

Il Monte Arci, poi, custodisce dei veri e propri tesori vulcanici, se così li possiamo definire. Fra tutti merita una menzione particolare Su Corongiu de Fanari, situato nel territorio di Masullas appena al di fuori dell’area boscosa, che rappresenta un unicum a livello mondiale per dimensioni e stato di conservazione. Si tratta di quello che in termini geologici viene definito Mega-Pillow, una particolare conformazione rocciosa originatasi durante eruzioni sottomarine che ricorda – mi perdoneranno i geologi per la terminologia niente affatto tecnica – quella che nella fantasia dei più piccoli è l’immagine del sole: una forma sferica centrale dalla quale si estendono tutto attorno, in circolo, i raggi, tant’è che nella zona, prima che si prendesse consapevolezza dell’importanza geologica di questo monumento, veniva comunemente chiamata “roccia del sole”.

Su Corongiu de Fanari
Su Corongiu de Fanari – foto tratta da sito Parco Geominerario

Sempre sul Monte Arci, ma sul versante occidentale, territorio di Morgongiori, svettano le due “Trebinas”: Sa Trebina Lada (795m.s.l.m.) e Sa Trebina Longa (812m.s.l.m.) , due enormi massi che rappresentano il punto più alto del monte e che altro non sono che quelli che in geologia vengono chiamai “neck – collo, in lingua italiana – ossia due vecchi condotti vulcanici in cui il magma che si trovava al loro interno, al termine dell’attività vulcanica, si è solidificato trasformandosi in basalto, una roccia molto dura e resistente. Nel corso dei millenni l’azione erosiva degli agenti atmosferici ha trasportato a valle il materiale, meno resistente, che si trovava attorno ai condotti, lasciando spuntare questi due particolari monumenti geologici che osservano dall’alto la piana sedimentaria del Campidano, mentre la piana li osserva a sua volta. Il loro nome, Trebinas, deriva dal sardo “trebini”, treppiede, poiché a un’altitudine minore (463 m.s.l.m.) è presente anche un terzo neck – Su Corongiu e Sizoa – che non è però possibile osservare, se non da vicino, in quanto immerso nel bosco e circondato da imponenti lecci.

Sa trebina longa e sa trebina lada

Dalle Trebinas, volgendo lo sguardo verso sud-ovest, si può ammirare un’altro dei gioielli eredità dell’attività vulcanica della Sardegna: è il Monte Arcuentu con le sue inconfondibili vette scolpite dal vento che gli donano un profilo estremamente frastagliato e ricco di particolari forme.

Il massiccio, che corre per otto chilometri parallelo alle spiagge della meravigliosa Costa Verde è il più grande tra quelli di origine vulcanica ed è ambita meta degli escursionisti, che amano camminare tra i suoi numerosi dicchi: una particolare formazione rocciosa originatasi dalla penetrazione del magma in strette fessure, che poi, una volta raffreddatosi, è venuto alla luce seguendo lo stesso processo erosivo che ha portato all’affioramento delle Trebinas. Alcuni di questi dicchi lasciano a bocca aperta per la loro forma così regolare che li fa sembrare a prima vista dei grossi muraglioni scolpiti dall’uomo. Sulla vetta del Monte Arcuentu, un’imponente cresta rocciosa a 785m.s.l.m., si gode di una vista spettacolare a 360 gradi, che spazia dalle spiagge sabbiose della Costa Vedere e le dune di Piscinas, alla piana del Campidano e i monti che la scrutano da est.

Tornando al Monte Arci, questa volta più a nord nel territorio di Villaurbana, meritano sicuramente una menzione le maestose formazioni basaltiche di Is Arutas Santas, sconosciute ai più, ma di un’estrema bellezza. Si tratta di grossi basalti colonnari, una particolare formazione rocciosa assolutamente poco comune che ricorda le canne di un organo. Anche queste, facilmente raggiungibili, si trovano immerse in un incantevole bosco sempreverde.

Is-Aruttas-Santas
Is Aruttas Santas

Non possiamo terminare la la nostra breve rassegna sulla Sardegna vulcanica senza nominare il Montiferru, massiccio situato più a nord rispetto a quelli menzionati sopra e il più elevato tra quelli di origine vulcanica, il suo punto più alto raggiunge infatti i 1050 m.s.l.m.. Situato appena a nord del Campidano di Oristano, vicino a spiagge meravigliose come quella famosissima di S’Archittu, è ricco di boschi cresciuti tra le rocce vulcaniche, tra i quali si snodano numerosi torrenti che talvolta danno vita a incantevoli cascate le più famose delle quali sono S’Istrampu de Massabari e S’Istrampu de Sos Molinos, rispettivamente nei territori di Cuglieri e Santu Lussurgiu. Dalle cime del Montiferru, così come da quelle dell’Arcuentu e dell’Arci, la vista di cui si gode merita sicuramente di abbandonare per qualche ora le spiagge adiacenti e mettersi in cammino per le montagne.

Non esitare a contattarci per avere maggiori informazioni riguardo alle visite a questi siti e continua a seguire il nostro sito dove presto pubblicheremo i nostri tour!

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